lunedì 28 marzo 2011

La mafia vuole uccidere Calcara

di Umberto Lucentini
Era un uomo di Messina Denaro. Si pentì dopo aver conosciuto Borsellino. Uscito dal carcere, sta girando l'Italia per spiegare che cosa sono veramente le cosche. Ora gli 'uomini d'onore' lo hanno trovato in Piemonte
(28 marzo 2011)
  Il pentito Vincenzo CalcaraHa raccontato ai giovani la sua storia di "uomo d'onore riservato" del clan mafioso di Castelvetrano, della sua scelta di collaborare con la giustizia e di farlo con Paolo Borsellino, rivelando al magistrato che avrebbe dovuto ucciderlo su ordine del clan dei Messina Denaro. E poi ha parlato dell'aggressione subita pochi giorni fa dalla moglie, avvicinata e strattonata da anni da due uomini che con un accento siciliano marcato le hanno detto: «Dici a Vincenzo di non parlare più. Sta parlando troppo...».

Lui, invece, non ha taciuto: a Modena, dove era stato invitato dal gruppo assembleare di Italia dei Valori, nella sala Giacomo Ulivi di via Menotti 137, Vincenzo Calcara ha ripercorso la sua vita agli ordini della famiglia mafiosa del Trapanese legata a Totò Riina e Bernardo Provenzano. Ha parlato della scelta di cambiare vita maturata nel carcere di Favignana dove stava scontando una condanna per omicidio, dei suoi incontri con Paolo Borsellino che pochi mesi dopo (era la fine del 1991) sarebbe stato ucciso nella strage di via D'Amelio del 19 luglio 1992, 57 giorni dopo il suo amico e collega Giovanni Falcone. Poi Calcara ha spiegato la scelta di uscire volontariamente nel 1998 dal programma di protezione dei collaboratori di giustizia per tentare di rifarsi una vita, lavorando e cercando di tirare a campare senza lo stipendio dello Stato.

Pochi mesi fa ha anche aperto un proprio profilo su Facebook: un'esperienza iniziata come tanti altri, un passatempo e un modo per stare in contatto con gli altri che adesso lo vede protagonista di una pagina con più di mille contatti. La sua testimonianza, i suoi ricordi legati alla vicinanza con i boss Messina Denaro da anni al vertice di Cosa nostra, sarà utilizzata pure al processo per l'omicidio del giornalista Mauro Rostagno, «quello con la telecamera che rompeva» come dicevano i capi mafia del Trapanese.

Calcara, con Giovanni Brusca, Vincenzo Sinacori, Angelo Siino ricorderà in aula quello che ha già detto ai pubblici ministeri antimafia: i mafiosi trapanesi vedevano come il fumo negli occhi i servizi giornalistici che Rostagno mandava in onda sulla tv privata di Trapani, Rtc. Quello di Modena, con a fianco il senatore ed avvocato Luigi Li Gotti, è il secondo incontro di Calcara aperto al pubblico: a gennaio l'Associazione Antiracket di Trapani ha organizzato un faccia a faccia con gli studenti a Castelvetrano, andato però deserto per volere dei dirigenti scolastici. «Agli studenti di Castelvetrano, se fossero venuti, avrei ripetuto una frase che mi diceva il dottore Borsellino: "Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola". Il dottore Borsellino mi ripeteva sempre che la verità rende un uomo libero», dice Calcara. «Ai giovani oggi dico che devono rifiutare le forze del male, l'illusione che la mafia possa dare un futuro e che invece vi farà schiavi come ero io. Francesco Messina Denaro (il padre del superlatitante di Cosa nostra, Matteo, ndr) aveva organizzato l'uccisione di Borsellino. Voleva ucciderlo o con un fucile di precisione o con un'autobomba».

Pochi giorni fa, nel piccolo centro del Piemonte dove i Calcara vivono, in due hanno minacciato la moglie dopo averla sbattuta contro un muro: la donna, Caterina, è stata bloccata con la forza e sbattuta contro un muro da due uomini. «Dov'è Vincenzo? Dici a Vincenzo di non parlare più. Sta parlando troppo», le ha detto il primo dei due, 40 anni circa, parlando con un marcato accento siciliano. Erano da poco passate le dieci e la donna stava rincasando dopo aver accompagnato le due figlie più piccole in parrocchia. L'altro uomo l'ha afferrata e l'ha sbattuta contro il muro aggiungendo: «Ti faccio schizzare sangue». Poi, senza aggiungere altro, i due si sono allontanati a piedi verso il centro del paese facendo perdere le loro tracce.

La donna, sconvolta, è subito andata nella parrocchia a prendere le due figlie che stavano seguendo una lezione di catechismo e s'è diretta alla stazione dei carabinieri per denunciare l'aggressione e le minacce. «Conoscevamo la storia di Calcara e volevamo che la gente di Modena sentisse dalla voce di un testimone diretto cosa significa vivere in un ambiente mafioso e poi abbandonarlo», spiega Fabio Prandini, uno degli organizzatori dell'incontro. «Qui in Emilia Romagna le cosche sono presenti e si stanno infiltrando sempre di più. E' bene che la guardia sia mantenuta alta per fermare i criminali finché siamo in tempo».

La verità su Fukushima

Quando si saprà la verità sugli effetti di Fukushima forse vorremo cambiare pianeta. Siamo arrivati al livello 7. Il massimo possibile. Il livello 8 nessuno sarà in grado di raccontarcelo. Uno studio commissionato da Greenpeace Germania a un esperto tedesco di sicurezza nucleare, rivela da giorni che l'incidente di Fukushima "ha già rilasciato un tale livello di radioattività da essere classificato di livello 7, secondo l'International Nuclear Event Scale (INES)". È il livello massimo di gravità per gli incidenti nucleari, raggiunto solo da Chernobyl. Secondo Greenpeace, la quantità totale di radionuclidi di iodio-131 e cesio-137, rilasciata a Fukushima tra l'11 e il 13 marzo 2011, equivale al "triplo del valore minimo per classificare un incidente come livello 7 nella scala INES".
Ps: Le "Facce da nucleare" dell'opposizione che si sono assentate alla votazione per l'accorpamento del referendum con le elezioni amministrative sono: Capano, Cimadoro, Ciriello, D'Antona, Farina, Fassino, Fedi, Gozi, Madia, Mastromauro, Porcino, Samperi.
- Scarica il volantino delle "Facce da nucleare" e diffondilo
- Partecipa a "Spegni il nucleare" con il referendum su FB

Cronache Laiche: vicepresidente del CNR De Mattei "Bisogna rimuoverlo dal suo incarico"

Lettera aperta al professor Luciano Maiani, presidente del Cnr

Egregio professor Maiani,
le Sue precisazioni sulle dichiarazioni rilasciate a Radio Maria dal professor Roberto De Mattei, vicepresidente del Cnr, in merito alla natura divina del terremoto che ha colpito il Giappone hanno in parte lenito lo sdegno di tutta la comunità scientifica nazionale e di quanti hanno intravisto in quelle affermazioni una evidente incompatibilità con il ruolo istituzionale che il professor De Mattei ricopre all’interno dell’ente da lei presieduto. Tuttavia, prendere le distanze da quell’intervento non è sufficiente.
Lei scrive: «Ferma restando la libertà di espressione quale bene garantito dalla nostra Costituzione, si precisa che i contenuti dell’intervento del prof. de Mattei non coinvolgono in alcun modo il CNR, che l’intervento non è stato reso nella sua veste di vicepresidente dell’Ente e che il contesto in cui esso è stato reso è estraneo alle attività e alle finalità del CNR».
La libertà di espressione di ogni cittadino è salva, ci mancherebbe. Ma il professor De Mattei, proprio per il ruolo che ricopre nel più prestigioso ente di ricerca nazionale, non può rilasciare dichiarazioni antiscientifiche alla stregua di un comune cittadino. E se vuole farlo deve rinunciare al suo incarico istituzionale, in evidente contrasto con le sue affermazioni.
D’altronde, e Lei lo sa bene, il professor De Mattei non è nuovo a questo tipo di posizioni. Come non ricordare il convegno antievoluzionista del 2009 da lui stesso organizzato a Roma, i cui atti furono pubblicati, con il contributo economico del Cnr, nel volume dal titolo “Evoluzionismo: il tramonto di un’ipotesi”?
In quell’occasione il professor De Mattei rilasciò altre dichiarazioni che è difficile, in questo momento, non rivalutare: «Dal punto di vista della scienza sperimentale entrambe le ipotesi sulle origini, sia l’evoluzionista che la creazionista, sono inverificabili. Su questi temi ultimi non è la scienza, ma la filosofia, a doversi pronunciare». E ancora: «Credo che Adamo ed Eva siano personaggi storici e siano i progenitori dell’umanità»; «trovo incredibilmente incoerente che ci si possa dichiarare cristiani ed evoluzionisti».
La fede personale del professor De Mattei influisce sulla sua capacità di valutazione critica della realtà, in pieno contrasto con i fondamenti del metodo scientifico. C’è da chiedersi in base a quali titoli accademici gli sia stato conferito un ruolo tra i più prestigiosi per la ricerca scientifica italiana.
Professor Maiani, l’Italia ha già le sue difficoltà a promuovere e sostenere la ricerca scientifica ma in questo caso ne va di mezzo la credibilità stessa che riscuotiamo presso la comunità scientifica mondiale. Le rammento, a tal proposito, un brano della lettera a Lei indirizzata da Jerry Coyne, professore del Dipartimento di Ecologia ed Evoluzione dell’Università di Chicago, a proposito della pubblicazione di quel volume:
«[…] Pensi che sia decoroso per un rispettato consesso di scienziati promuovere e sostenere sfacciate falsità come quelle promulgate in questo libro? (Devo proprio ribadirti che i dinosauri non morirono 40.000 anni fa, né che gli strati geologici siano il prodotto di un’improvvisa inondazione planetaria?). Davvero, è come se il CNR sostenesse la teoria della terra piatta, o che le malattie siano prodotte dagli spiriti maligni. E realmente tu pensi che il rifiuto del CNR di pubblicare simili assurdità sarebbe da considerare una censura? Io lo chiamo “buona scienza”. Sarebbe “censura” per la tua organizzazione rifiutare di pubblicare un libro che sostiene che la terra è piatta? Il creazionismo è equivalente a questo.
[…] Non avrei pensato che un simile problema sarebbe venuto fuori in Italia, specialmente in una rispettata organizzazione come il CNR. Come biologo evoluzionista ho a lungo combattuto il creazionismo, ti esorto a condannare questo ridicolo volume, non a sostenerlo.
E’ imbarazzante per la scienza italiana o meglio per la scienza tutta».
Alla luce delle ultime dichiarazioni, la presenza del professor De Mattei alla vicepresidenza del Cnr non è solo imbarazzante, ma insostenibile.
Non basta, dunque, prendere le distanze. Bisogna rimuoverlo dal suo incarico, prima che un ente di indiscusso prestigio come il Cnr, e con esso l’Italia tutta, perda credibilità agli occhi dell’intera comunità scientifica mondiale.
Con stima,
Cecilia M. Calamani
direttore responsabile
Cronache Laiche

 

domenica 27 marzo 2011

FIRMA: DIMISSIONI del vicepresidente del CNR. De Mattei "lo tsunami in giappone è un castigo di Dio"


Chiediamo al Consiglio Nazionale delle Ricerche le dimissioni del Prof. Roberto de Mattei, vicepresidente del CNR per l'evidente incompatibilità con l'incarico conferitogli e le sue affermazioni che lo pongono al di fuori del pensiero razionale e esperienza e comprensione del mondo mediata dal metodo scientifico.

Nelle ultime dichiarazioni andate in onda su Radio Maria ha dichiarato che lo tsunami in Giappone e la conseguente morte e distruzione sarebbe un "castigo di Dio", "un modo per purificare", che le catastrofi siano "sicuramente un'esigenza di giustizia divina", che "Dio se ne serve per raggiungere un fine alto della sua giustizia", che "la morte di un colpevole è l'esecuzione di un decreto di colui che è padrone della vita e della morte", che "il terremoto è un battesimo di sofferenza che ha purificato la loro anima perché Dio le ha voluto risparmiare un triste avvenire".


Riteniamo che il fervente cattolico Roberto De Mattei, noto per aver organizzato un convegno di stampo creazionista all’interno della più importante istituzione scientifica italiana, storico del Cristianesimo, direttore di “Radici Cristiane” e presidente della Fondazione Lepanto, sia libero di credere e pensare ciò vuole - superstizioni comprese - ma che tali assurdità siano incompatibili con la carica di Vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche.

Chi riteneva che l'assurda e crudele strategia di giustificare il male attraverso gli ineffabili disegni di Dio fosse un trucco smascherato e sbeffeggiato una volta per tutte da Voltaire a seguito del terribile terremoto di Lisbona del 1755 non aveva fatto i conti con il prof. De Mattei che questa mattina non ha esitato a sostenere quanto segue:

“Cari amici di Radio Maria buonasera,
vi parla Roberto de Mattei e vorrei fare stasera con voi delle riflessioni che partono da fatti drammatici di attualità.

Il primo fatto è la tragedia del Giappone, lo spaventoso terremoto e maremoto con il rischio nucleare che si profila.


Dice Mons. Mazzella, che in primo luogo le grandi catastrofi sono una voce terribile ma paterna della bontà di dio, che ci scuote e ci richiama col pensiero ai nostri grandi destini, al fine ultimo della nostra vita, che è immortali.


Infatti, se la Terra non avesse pericoli, dolori, catastrofi, la Terra eserciterebbe su di noi un fascino irresistibile, non ci accorgeremmo che essa è un luogo di esilio, e dimenticheremmo troppo facilmente che noi siamo cittadini del cielo.


Ma in secondo luogo, osserva l'arcivescovo di Rossano calabro, le catastrofi sono talora esigenza della giustizia di dio, della quale sono giusti castighi. Infatti, la colpa del peccato originale che tocca tutta l'umanità, si aggiungono nella nostra vita le nostre colpe personali: nessuno di noi è immune dal peccato e può dirsi innocente; e le nostre colpe possono essere personali o collettive, possono essere le colpe di un singolo o quelle di un popolo, ma mentre dio premia e castiga i singoli nell'eternità e sulla terra che premia o castiga le nazioni, perché le nazioni non hanno vita eterna, hanno un orizzonte terreno.


Nessuno può dire con certezza se il terremoto di Messina ieri, o quello del Giappone oggi, sia stato un castigo di dio, sicuramente è stata una catastrofe. E scrive Mons. Mazzella, la catastrofe è un fenomeno naturale che dio ha potuto introdurre nel suo piano di creazione per molteplici fini degni della sua sapienza e bontà. Ha potuto farlo per raggiungere un fine della stessa natura ottenendo per mezzo di una catastrofe un bene fisico più generale, come quando con una tempesta di venti che produce danni si purifica l'aria. Ha potuto farlo per un fine di ordine morale, come per esempio accuire il genio dell'uomo, eccitarlo a studiare la natura per difendersi dalla sua potenza distruggitrice, e così determinare un progresso della scienza.


Ha potuto farlo per uno dei fini per i quali la fede ci dice che talora l'ha fatto, come sarebbe quello di infliggere ad una città

un esemplare castigo. Ha potuto farlo per un fine a noi ignoto, per quale fine dio ha operato in un caso speciale. Per quale fine Messina e Reggio sono state distrutte. Chi potrebbe dirlo. È possibile fare delle congetture, non è possibile affermare alcuna cosa con certezza. Intanto per noi al nostro scopo basta la sicurezza che le catastrofi possono essere e talora sono, esigenza della giustizia di dio.

Aggiungiamo il concetto che dio talora si serve delle catastrofi per raggiungere un fine alto della sua giustizia si trova in tutte le pagine della sacra scrittura. Cosa furono il diluvio, il fuoco che cadde su Sodoma e Gomorra e che non si abbatté su Ninive se non castighi di dio. Però si dice, la catastrofe c'è punisce il colpevole, colpisce anche l'innocente, come si conciliano con la provvidenza queste stragi dell'innocenza e della virtù. E la risposta è che dio non potrebbe fare in modo che un terremoto colpisca il colpevole e rispetti l'innocente, se non la moltiplicazione di miracoli, attraverso una profonda modifica del piano della creazione divina. Ora è chiaro che dio può salvare e talvolta salva l'innocente operando un miracolo. Ma dio non è obbligato a moltiplicare i miracoli o a rinunziare al piano della sua creazione per salvare la vita di un innocente. E poi dio è padrone della vita e della morte di ognuno, misura i giorni dell'uomo sulla terra, stabilisce l'ora e la morte di ciascuno, quindi l'innocente che muore sotto una catastrofe generale che punisce i colpevoli, si trova nelle stesse condizioni nella quale si trovano tutti gli innocenti che sono sorpresi dalla morte. Per loro questa morte non è un castigo di colpa personale, ma è l'esecuzione di un decreto di colui che è il padrone della vita e della morte.


Ogni giorno noi vediamo fanciulli innocenti o uomini virtuosi che muoiono di morte naturale o violenta. Perché meravigliarsi quando poi vediamo molti fanciulli innocenti o uomini virtuosi morire sotto le rovine di un terremoto. La loro morte presa isolatamente non è diversa da quella di tanti uomini innocenti o virtuosi, che sono vittime di un accidente, muoiono per esempio schiacciati da una macchina o investiti da un treno.


Ma c'è un terzo punto, le grandi catastrofi non sono solo spesso atti di giustizia di dio ma sono altrettanto spesso una benevola la misericordia di dio. Abbiamo detto infatti che nessuno mettendosi la mano sulla coscienza potrebbe dare a se stesso un certificato di innocenza, nessuno può dire io sono innocente, e non lo può dire né per il peccato originale che lo macchia, né per i propri peccati personali.

E un giorno quando sarà sollevato il velo che copre l'opera della provvidenza e alla luce di dio vedremo quello che egli avrà operato nei popoli e nelle anime, ci accorgeremo che per molte di quelle vittime che oggi compiangiamo il terremoto è stato un battesimo di sofferenza che ha purificato la loro anima da tutte le macchie anche le più lievi, e grazie a questa morte tragica, la loro anima è volata al cielo dio ha voluto risparmiarle un triste avvenire.

Scrive Mons. Mansella, noi pensiamo con raccapriccio a quei momenti terribili passati da loro tra la vita e la morte sotto le rovine ma forse appunto in quei momenti discese su quelle anime un torrente di una speciale misericordia di dio sotto forma di profonda contrizione e rassegnazione. Chi può dire ciò che è passato tra quelle anime e la misericordia di dio in quei momenti. Chissà con quali slanci dio misericordioso e buono nelle terribili sofferenze ha toccato i loro cuori per unirli a lui. Chi potrebbe in una parola scandagliare l'abisso di espiazione, di merito e di doni di dio che in quelle anime fu scavato per occasione del terremoto. E non si tratta di pie illusioni. Perché sta scritto che nella tribolazione dio rimette più facilmente i peccati e versa più abbondantemente i suoi doni e sta scritto che dio manda la morte prematura agli innocenti per liberarli da un triste avvenire.


Per comprendere l'azione della provvidenza che da una ragione a tutto ciò che avviene anche alle tragedie come i terremoti, bisogna però avere una prospettiva sovrannaturale, la prospettiva di chi crede nell'esistenza di un dio creatore e remuneratore della vita eterna.

Chi nega dio, gli atei, i laicisti militanti, ma anche coloro che non professando l'ateismo, vivono di fatto nell'ateismo pratico costoro non possono concepire l'idea della provvidenza.

venerdì 25 marzo 2011

audizione del collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo

SIAMO PAZZI O SOLO SCEMI?
nota: un grazie a Papalagi che lo ha postato in FB
PARLAMENTO , 9 febbraio 1993
Commissione Parlamentare d'Inchiesta sul fenomeno della mafia: audizione del collaboratore della giustizia Gas...pare Mutolo: (arrestato a casa)
-Luciano Violante: Era prevedibile, secondo lei, per CosaNostra, che Riina sarebbe stato arrestato? Cioè: era una cosa da mettere in conto? Oppure si pensava che per questa sua grand...
-Gaspare Mutolo: Ma guardi, certo. "in conto" ma Totò Riina dove lo hanno arrestato? Ma questa è la vita che ha fatto sempre, Totò Riina. Cioè Totò Riina si poteva spostare da San Giuseppe a Lanoce(?); da la Noce a Cardillo; da Cardillo a Tommaso Natale. Ma Totò Riina là era. Cioè non è che ci pare che Totò Riina era in America oppure... Ogni tanto, quando si sapeva che c' erano dei rastrellamenti forti, pigghiava e si n' jiava vicino Marsala.
-Luciano Violante: Questo è il massimo della lontananza?
-Gaspare Mutolo: Maaaah "massimo della lontananza", ma per 15 giorni. Perchè dopo scendeva a Palermo, non è insomma che...cioè: non pensiamo che Totò Riina stava nel sotterraneo oppure... Totò Riina era uno tranquillo, pacifico...non...
-Luciano Violante: Che cosa lo rendeva così tranquillo e pacifico visto che lo si ricercava? O almeno...
-Gaspare Mutolo: Ma si vede che lui pensava che se anche arrivava qualche soffiata, lui poteva avere sempre l' intelligenza o l' intuito di capire e di spostarsi in tempo insomma...
-Luciano Violante: Perchè si muoveva dentro una zona abbastanza ristretta tutto sommato, da quello che... no?
_Gaspare Mutolo: Ma guardi, la zona di Palermo, cioè se lei sa le... Monte Pellegrino: lo vede che è un piatto. Palermo non è come Roma, Milano, cioè... grande... Palermo è piccola, diciamo come... cioè Lui dentro Palermo proprio, non ci stava mai e.... e si è detto tantissime volte. Nelle periferie. Lui faceva sempre le periferie, non... Ma sono cose che già si sapevano del 1972. Non è che sono delle novità
-Luciano Violante: Si si ma questo si, certo. Senta, e la strage di Capaci come si...
-Gaspare Mutolo: Scusi e... e gli altri, diciamo, Cancemi e altri personaggi.. ma s' immagina che sono in America oppure...? Sono là! Cancemi si sta facendo la villa da 7 miliardi; Brusca ogni sabato è San Giuseppe Jato, tranquillo, pacifico... Magari sono persone che non conoscono, cioè sono cambiati fisicamente ma... cioè... sono là. I latitanti sono là...
-Luciano Violante: Senta però, certamente c'è un punto sul quale non si può non concordare, che è abbastanza scandaloso: Che tutti stanno lì. Tutti stanno a casa loro e per tanti anni, non si è preso nessuno.
-Gaspare Mutolo. Signor Presidente, magari non stanno al numero 25 ma stanno al numero 30 cioè...
-LucianoViolante: Si comunque sempre là stiamo.. volgio dire...
Gaspare Mutolo: ...la Polizia che va al numero 25 ha fatto il suo dovere cioè... A me quando mi andavano a cercare, andavano in via Catalano. Che io, che non andavo più in via Catalano, vent' anni. Però, ogni tanto, la Polizia passava di via Catalano e... magari se c' era qulache bambino, si preoccupava perchè vedeva delle armi e... cioè... ma è... l' andamento di Palermo... è questo...
-Luciano Violante: Ecco però, i suoi figli... che indirizzo aveva dato alla scuola dei suoi figli? L' idirizzo dei suoi figli. Quando si iscrive a scuola si dà un indirizzo. Che indirizzo aveva dato? Via Catalano o quello giusto?
-Gaspare Mutolo: Quello giusto.
-Luciano Violante: Ah.
-Gaspare Mutolo: Ma guardi ma lei può controllare. Io quand' ero latitante, mia moglie andava a iscrivere i miei figli e ci scriveva... Anche perchè se il bambino si sente male e la maestra deve telefonare, a chi telefona? All' indirizzo sbagliato?
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gli si può dare torto? possibile che le "forze che ci proteggono" non pensino ad una cosa tanto semplice? Forse non hanno figli...
:(

Voglio che cambi parecchio e alla svelta: nucleare, sbarchi di disperati, terremoti. Basta mettere la testa sotto la sabbia

U CUNTU  Di Riccardo Orioles 24-03-2011

Il "mercato", il consumo e il "progresso" illimitati vanno benissimo per i grandi animali, ma sono la morte per noi comuni esseri umani. "È sempre stato così". Sì, ma qua finisce male
Voglio che cambi parecchio e alla svelta: nucleare, sbarchi di disperati, terremoti. Basta mettere la testa sotto la sabbia

No all’emotività! Forza, nucleare!” Sarebbe facile polemizzare col nostro signor governo e la nostra confindustria che, mentre i tedeschi chiudono le centrali e i giapponesi cercano disperatamente di salvarsi la pelle, non sanno dire altro che “È successo qualcosa?”
Facile, ma in fondo ingiusto. Perché la bestialità della nostra orribile classe dirigente, la più disumana e la più ignorante che questo disgraziato Paese abbia mai avuto, fa leva sul nostro sogno, sulla nostra inespressa ma convintissima utopia: che possiamo andare avanti tranquillamente così, sfruttando sempre più la natura, picchiando chi riceve di meno e ruttando felici in un dopo-pranzo sempre più inacidito.
Non è così. Il Giappone, molto più civile e tecnologico di noi, era sopravvissuto a duemila anni di terremoti e tsunami: e adesso sta crepando semplicemente perché (a dispetto di una sua cultura antichissima, bollata come “vecchia” e “superata”) s’è messo a costruire centrali nucleari in mezzo alle faglie sismiche. Modernissime, “sicure”, dotate (tranne quella mantenuta in servizio per le pressioni dei politici) della migliore tecnologia. E sono saltate per aria. Perché?
Per lo stesso motivo per cui si rompe un vaso in una stanza in cui si gioca a pallone, per semplice statistica: prima o poi.
E perché, se lo sapevano, non si sono organizzati? Per semplice rimozione mentale, come lo struzzo: per eliminare il pericolo non bastava “rendere più sicure” le centrali (o mettere il vaso un po’ più in alto), bisognava abolirle del tutto (“Bambini, in questa stanza non si gioca a pallone”).
Ma questo avrebbe significato treni un po’ meno veloci, automobili un po’ meno grosse, e così via (“Ahhh… cattiva mamma! Non ci vuoi fare giocare!”). La gente, non solo i politici, non l’avrebbe accettato. La stessa gente che adesso è intenta a razionarsi l’acqua e a seppellire i morti.
“Il Giappone è lontano”. No, il Giappone è qua. Intanto, perché fra un anno probabilmente dovremo stare più attenti all’acqua che beviamo, all’insalata che mangiamo e così via (e già c’era da stare attenti prima). Poi perché la crisi economica (l’economia è mondiale) sarà tremenda e la pagheremo, anche qua, noi semplici cittadini.
E poi perché il modello Giappone (con molta più rozzezza e intrallazzo, all’italiana) è esattemente il nostro, quello in cui viviamo: comprarsi più giocattoli, fregarsene della natura, manganellare i poveri, sedare con chiacchiere e botte le spaventate proteste (“Che avvenire ho?”) dei nostri figli. Illudendoci che funzioni, che vada avanti.
L’utopia dello struzzo: testa sotto la sabbia, chiappe all’aria, convinto che il pericolo è lontano e che tutto va bene.
Non serve una “svolta politica” (certo che serve, e subito: ma non basta). Ci vuole proprio una svolta di sistema. Socialismo, buddismo, impero Ming? E che ne so: io voglio semplicemente salvarmi la pelle, e voglio non essere pisciato addosso nella mia tomba da mio nipote – se sopravviverà e se ci saranno ancora delle tombe.
Voglio che cambi parecchio, e non solo alla superficie, e anche alla svelta. La mia vita, e quella del mio nipotino, non può restare in balia di pazzi politici, terremoti, multinazionali ciniche ed economie senza controllo. Per i terremoti non ci possiamo far niente. Ma per il resto sì, e dobbiamo sbrigarci perché c’è poco tempo.
Che notizie stranissime (lette vent’anni fa) eppure normalissime (adesso) sui giornali. “Tragedia in mare, 40 emigranti annegati”. Ma perché non avevano una nave più sicura? Perché non prendevano il traghetto? Ah: ora è vietato.
“Sta vincendo Gheddafi. Il re saudita manda i soldati contro la folla”. Ma non stava arrivando la democrazia, anche lì? Ma non eravamo tutti contenti per questo? Ah: però il petrolio a noi ce lo dava il re saudita e Gheddafi, e quindi tutto sommato stiamo appoggiando loro.
“Operai Fiat. Non se ne parla più”. Ma non era la più grande industria italiana? Ma davvero la lasciate finire all’estero così? E tutti ‘sti lavoratori, e i vostri figli, davvero debbono spaccarsi l’anima tutta la vita così, a lavorare in caserma, senza diritti? Ah: è il management moderno, è il mondo nuovo.
Buone notizie? Vi do anche quelle, ma a patto che non vi servano (sotto la sabbia) a tranquillizzarvi ma a svegliarvi un po’. Libera ora fa il suo convegno, il 19 a Potenza, convegno nazionale da tutto il Paese. Chi ci può andare ci vada: è un po’ moscia Libera da un po’ in qua, ma è pur sempre la più grande organizzazione antimafia, il nostro – di noi antimafiosi – “sindacato”: criticatela, dunque, ma fatela diventare sempre più forte e portatela avanti, ché là dentro c’è iun pezzetto di tutti noi.
L’altro sindacato, la Cgil, ci chiama invece a raccolta per il sei maggio, lo Sciopero Generale. Sarà una giornata importantissima; probabilmente, in bene o in male, il giorno della svolta. Anche questa è antimafia, e speriamo che la Cgil lo capisca. Comprendiamolo noi per intanto, con l’esperienza che abbiamo, profondamente.
Dai giochi dei politici – per lo più in buona fede – non aspettiamoci niente. Non è che non vogliano, è che semplicemente sono su un altro pianeta. Dal pazzo Berlusconi all’astuto Fassino, dal generoso Vendola al machiavellico Fini, nessuno ha mai dormito alla stazione né sa quanto costa una scatoletta di tonno. Noi sì.
Noi non siamo col popolo. Siamo nel popolo, una parte minimissima di esso. Con tutte le sofferenze, ma senza illusioni, dell’umanità quotidiana del paese. Per questo “facciamo politica”, a modo nostro e con serietà, e la facciamo bene.
Bisogna abolire la mafia. Bisogna cambiare il sistema. Bisogna pensare a vivere diversamente, con meno giocattoli ma più felici. Bisogna pensare al mio nipotino e a tutti gli altri Lorenzi, ché già la vita umana è difficile e non occorre aggiungerle altri dolori. E tu forza, sorridi, amica mia: a dispetto di tutto, una volta ancora, come la natura o il dio hanno costruito, fra poco è primavera. Aggrappiamoci a questo, lottiamo per difenderlo e farlo continuare.

mercoledì 23 marzo 2011

Le immagini degli OPG a Presa Diretta: "Malati reclusi all'inferno"



I sei O.P.G. in Italia: Aversa, Barcellona Pozzo di Gotto, Castiglione delle Stiviere, Montelupo Fiorentino, Napoli e Reggio Emilia.
 PSICHIATRIA: Commissione d’inchiesta del Servizio Sanitario Nazionale : negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari  (OPG ) italiani “DEGRADO E TORTURE” 
Roma, marzo 2011
Vetri rotti alle finestre coperte con dei pezzi di cartone, un angolo cottura improvvisato vicino a un bagno turco, muri scrostati, lenzuola non sostituite per settimane riposte su letti arrugginiti, sporcizia ovunque e, in alcuni casi, letti di contenzione con un foro nel mezzo per la caduta degli escrementi di internati legati per giorni con delle corde ai quattro lati del materasso. Un ''inferno dei dimenticati'', gli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) italiani. Un viaggio che riporta indietro di 80 anni, ai tempi del Codice Rocco che istituì i manicomi. Un viaggio intrapreso dalla Commissione d'inchiesta sull'efficacia e l'efficienza del Servizio Sanitario Nazionale del Senato, presieduta da Ignazio Marino, e riassunto in un video che è stato mandato in onda a “Presa diretta”, domenica sera-  20 marzo 2011 - su Raitre.
”Io vengo da un paese in guerra, ma non capisco la differenza tra la vostra democrazia e la nostra. Questi - racconta un internato - sono talebani mascherati, la differenza è che questi ti uccidono piano piano”.
Dietro ai cancelli dei 6 Opg non si trovano solo autori di crimini efferati: c'è chi si è vestito da donna ed è andato davanti a una scuola 25 anni fa, chi nel 1992 ha fatto una rapina da 7.000 lire in un' edicola fingendo di avere una pistola in tasca, chi ha procurato danni al patrimonio della sua città perchè non riceveva cure adeguate alla sua patologia. Molti di loro hanno commesso un reato bagatellare, di quelli punibili con pochi mesi di prigione, come l'ingiuria, senza troppa consapevolezza dei successivi, possibili percorsi. Così si finisce in un Opg e si rischia di non uscire più: per uno schiaffo si può essere condannati a un ergastolo bianco in un ospedale psichiatrico giudiziario dove spesso, rivela l'inchiesta della Commissione, ogni internato ha meno di tre metri quadrati a propria disposizione, in netta violazione di quanto sancito dalla Commissione europea per la prevenzione della tortura.

sabato 19 marzo 2011

La lingua italiana...

Quando era solo un cavaliere brianzolo e firmava prefazione e traduzione di Tommaso Moro rubate a Luigi Firpo

Una vocazione all'imbroglio di lunga data: il racconto della moglie del professore. È successo 25 anni fa e ancora si vanta nelle sue tv della sua "opera letteraria". Per non finire in tribunale dà la colpa a una segretaria e riempie Firpo di costosissimi regali che Firpo respinge. Telefonate per mesi, lettere che implorano pietà: "La prego, non mi rovini. Sono in buona fede". Un libro raccoglie la farsa berlusconiana
Quando era solo un cavaliere brianzolo e firmava prefazione e traduzione di Tommaso Moro rubate a Luigi Firpo
17-03-2011

di don Paolo Farinella

Silvio Berlusconi non si priva nemmeno del plagio letterario, molto indicativo della sua personalità inclinanta verso la manipolazione di fatti e persone. L’imputato Silvio Berlusconi non si è fatto mancare nella sua carriera anche il gusto di aver rubato e fatto proprio uno scritto altrui: pubblica a suo nome una edizione di Utopia di Tommaso Moro, copiata di sana pianta dall’edizione del professore Luigi Firpo di Torino per l’editore Guida di Napoli. Ecco il resoconto dei fatti come narrati da quotidiano L’Unità.

“Un giorno d’estate di metà anni 80 Luigi Firpo se ne stava in poltrona nella sua villa sulla collina torinese con la moglie Laura. Faceva zapping in tv. Su Canale 5 una graziosa signorina intervistava il padrone, Silvio Berlusconi. E ne magnificava l’enorme bagaglio culturale: “Lei è anche un grande studioso dei classici…”. Il Cavaliere si schermiva: “Ma no, non dica così…”. E lei: “Sì, invece, non faccia il modesto. Lei, dottore, ha appena pubblicato un’edizione pregiata dell’Utopia di Tommaso Moro, con una bellissima prefazione e una perfetta traduzione dal latino…”. E lui: “Beh, in effetti il latino non lo conosciamo tutti, bisogna tradurlo…”

Firpo, grande intellettuale torinese, polemista della “Stampa” con i suoi “Cattivi pensieri”, soprattutto docente universitario di storia delle dottrine politiche e fra i massimi esperti di cultura rinascimentale, drizzò le antenne. Anche perché aveva da poco tradotto e commentato un’edizione dell’”Utopia” per l’editore Guida di Napoli. L’intervistatrice comincia a leggere la prefazione del Cavaliere.

Dopo le prime due frasi, l’anziano studioso fa un salto sul divano: “Ma la prefazione la mia! Copiata parola per parola! Chi è questo signore? Come si permette?”. L’episodio è tornato in mente a Laura Salvetti Firpo, la vedova, qualche giorno fa, quando Silvio Berlusconi in una delle sue tele-esternazioni elettorali si è così descritto in terza persona: “Il presidente del Consiglio si è nutrito di ottime letture e ha un curriculum di studi rilevantissimo…”. È corsa in archivio, ha estratto una cartella intitolata “Berlusconi”, ha trovato uno strano bigliettino autografo del Cavaliere e ha deciso di raccontarne il retroscena.

“Era subito dopo le vacanze estive, credo in settembre. Firpo (lei lo chiama rispettosamente così, ndr), quando scoprì in tv che Berlusconi aveva copiato la sua versione dell’Utopia, si attaccò subito al telefono per avere quel libro. Gli risposero che era un’edizione privata, in pochi esemplari, riservata all’entourage del Cavaliere. Tramite l’associazione milanese degli Amici di Thomas More, riuscì a procurarsi una copia in visione. La sfogliò e sbottò: ‘Non è un plagio, è peggio! Quello ha copiato interi brani della mia prefazione e la mia traduzione integrale dal latino, mettendoci la sua firma. Non ha cambiato nemmeno le virgole!’. Prese carta e penna e scrisse a Berlusconi, intimando di ritirare subito tutte le copie e annunciando che avrebbe sporto denuncia. Qualche giorno dopo squillò il telefono di casa: era Berlusconi”.

A questo punto inizia un irresistibile balletto telefonico, con il Cavaliere che cerca scuse puerili per placare l’ira dell’austero cattedratico, e questi che, sbollita la furia, si diverte a giocare al gatto col topo. Firpo si fa beffe del plagiatore smascherato, minacciando di mettere in piazza tutto e trascinarlo in tribunale. “Berlusconi – ricorda la moglie – incolpò subito una collaboratrice, che a suo dire avrebbe copiato prefazione e traduzione a sua insaputa. E implorò Firpo di soprassedere, pur precisando di non poter ritirare le mille copie già stampate e regalate ad amici e collaboratori. Firpo, capito il personaggio, cominciò a divertirsi alle sue spalle. Lo teneva sulla corda con la causa giudiziaria. E Berlusconi continuava a telefonare un giorno sì e un giorno no, con una fifa nera. Pregava di risparmiarlo, piagnucolava che uno scandalo l’avrebbe rovinato”.

Pure Franzo Grande Stevens, famoso avvocato e consigliere di casa Agnelli, che di Firpo era amico anche per via della comune candidatura nel Pri, seguì la faccenda da vicino: “Firpo mi raccontò di quel plagio. Era esterrefatto. Anche perché Berlusconi, anziché scusarsi, dava la colpa a una segretaria: ‘Eh professore, sapesse, qui non ci si può più fidare di nessuno…’. Poi cercò di rabbonirlo con regali costosi, che il professore rispedì sdegnosamente al mittente”. “Passava – ricorda la moglie Laura – intere mezz’ore al telefono col Cavaliere. E alla fine correva a raccontarmele, fra l’indignato e il divertito: ‘Sapessi quante barzellette conosce quel Berlusconi. È un mercante di tappeti, una faccia di bronzo da non credere, sembra di essere in una televendita”.

Il tira e molla si trascinò per diversi mesi. Anche con uno scambio di lettere, ancora riservate (saranno pubbliche solo nel 2009, vent’anni dopo la morte dello studioso). Per ora c’è solo quel bigliettino rimasto nei cassetti della signora Laura, visto che era indirizzato anche a lei: “Accompagnava un doppio regalo per Natale, credo del 1986. Nel frattempo Berlusconi aveva pubblicato un’edizione riveduta e corretta dell’Utopia, senza più la prefazione copiata e con la traduzione di Firpo regolarmente citata. Ma Firpo seguitava a fare l’offeso, ripeteva che la cosa era grave e la stava ancora valutando con gli avvocati.

Un giorno lo invitarono a Canale 5 per parlare del Papa e si ritrovò Berlusconi dietro le quinte che gli porgeva una busta con del denaro, ‘per il suo disturbo e l’onore che ci fa’. Naturalmente la rifiutò. Poi a Natale arrivò un corriere da Segrate con un bouquet di orchidee che non entrava neppure dalla porta e un pacco: dentro c’era una valigetta ventiquattrore in coccodrillo con le cifre LF in oro”. Il biglietto d’accompagnamento è intestato Silvio Berlusconi, datato “Natale 1986″ (ma l’ultima cifra è uno scarabocchio) e scritto a penna: “Molti cordiali auguri e a presto… Spero! Silvio Berlusconi”. Poi una frase aggiunta a biro: “Per carità non mi rovini!”. Ma Firpo continuò il suo gioco: “Rispedì la borsa a Berlusconi, con un biglietto beffardo: ‘Gentile dottore, la ringrazio della sua generosità, ma gli oggetti di lusso non mi si confanno: sono un vecchio professore abituato a girare con una borsa sdrucita a cui sono molto affezionato. Quanto ai fiori, la prego anche a nome di mia moglie Laura di non inviarcene più: per noi, i fiori tagliati sono organi sessuali recisi’… Non lo sentimmo mai più″.

Ecco l’uomo, un buffone, mentitore di professione che per apparire colto deve rubare quello che non è né potrà mai essere perché non si compra con i soldi come si comprano le prostitute e i cardinali.

domenica 6 marzo 2011

Ministri: più ce n'è, meglio è. Per loro

Governo, il rimpasto è servito: viceministri e sottosegretari passeranno da 50 a 70.
Governare è faticoso, ma garantirsi la sopravvivenza costa caro, carissimo. Specie se chi hai comprato per riuscire a resistere in barba ad ogni regola poi presenta il conto e ti tocca pure nominarli “todos caballeros”. E così il governo diventa qualcosa che a confronto il mucchio selvaggio fa ridere.
 

Il rimpasto è quasi servito. E nessuno resterà senza cena. Almeno sulla carta. Silvio Berlusconi è al lavoro, a giorni tirerà fuori “una squadra nuova di zecca”. E saranno volti e nomi che il grande pubblico conosce; c’è grande attesa per conoscere su quale poltrona siederà Domenico Scilipoti, ma anche su Maria Grazia Siliquini volano scommesse. Il tempo stringe. Mentre gli avvocati, sotto l’attenta regia di Giuliano Ferrara, studiano la strategia-mediatico difensiva per consentire a Berlusconi di girare a proprio vantaggio la raffica di processi di Milano, il Caimano ha la mente puntata alla tenuta del governo e, soprattutto, ai numeri della Camera. Da giorni Verdini e Alfonso Papa (sì, proprio lui, quello implicato nell’affaire Bisignani-Woodcook) sono alla spasmodica ricerca di nuovi “responsabili”.

Lo stesso Cavaliere è tornato a sperare in alcuno di Fli come Carmine Patarino, Giulia Cosenza e Andrea Ronchi. Solo che ora i “Responsabili” della prima ora, nomi che rimarranno scolpiti nella memoria per aver salvato il Caimano il 14 dicembre scorso come Catia Polidori, Massimo Calearo e Saverio Romano, battono cassa.
Vogliono che gli sia pagato quanto promesso in cambio di quella fiducia. Il Cavaliere sembra temporeggiare, ma sa che più prima che poi dovrà mettere mano al rimpasto. Un po’ per volta, dicono i suoi, perché altrimenti Napolitano si potrebbe mettere come al solito di traverso sostenendo, casomai, che se c’è bisogno di rimettere mano in modo così incisivo alla compagine di governo, allora tanto varrebbe aprire una crisi formale. E poi c’è anche la paura del Cavaliere, molto umana, che una volta “pagati”, i “responsabili” poi non si comportino più come tali. Che qualcuno – cioè- possa sfuggire al guinzaglio corto del capogruppo Fabrizio Cicchitto e casomai, proprio sul più bello, quando si dovrà votare sul conflitto d’attribuzione contro il Tribunale di Milano, gli faccia mancare quel plebiscito numerico che agogna per sfruttarlo in senso mediatico e propagandistico.

Un bel problema per l’orda dei “todos caballeros” in pectore. Ma fosse questo il solo guaio. C’è anche una questione legata ai numeri, su cui Napolitano ha già detto che non ne vuole sapere di approvare cambiamenti, specie in un momento di crisi come questo. E’ solo che per accontentare tutti bisognerà mettere mano alla legge sul numero dei dicasteri. Varata nel ’99 da Bassanini, la normativa prevede che il governo possa essere composto da massimo 12 ministri e 60 tra viceministri, sottosegretari e ministri senza portafoglio.
Berlusconi ha già annunciato che presenterà un disegno di legge per consentire l’aumento del numero dei sottosegretari.  ”Dobbiamo aumentare il numero di sottosegretari e stiamo preparando un disegno di legge a riguardo, ha detto. “Essendo chiamati ad una presenza continua durante le votazioni abbiamo bisogno che il numero di sottosegretari aumenti”.

In verità, la Bassanini è stata rivista già due volte, la prima proprio da Berlusconi nel 2001 (per decreto) elevando il numero dei ministri a 14, poi da Romano Prodi nel 2006 (si ricorderanno le ragioni di tenere in piedi una coalizione molto frastagliata) che sempre per decreto portò il numero a 18. Infine nel 2007, la Finanziaria riportò tutto all’origine (ragioni di crisi economica e di razionalizzazione della spesa pubblica) e dunque il numero è ritornato a massimo 12 ministeri e 60 vice vari di contorno. E così stiamo nella media europea; in Francia Sarkozy ne ha 15 (ma teoricamente potrebbe arrivare a 22), in Germania sono in 16 compresa la Cancelliera Angela Merkel e in Grecia sono solo 12. E’ che, casomai, negli altri Paesi il plateau dei succedanei è praticamente inesistente; in nessuno dei tre Paesi citati c’è l’ombra di un “viceministro”, mentre i sottosegretari (figure chiamate in modo diverso a seconda della nazione) sono al massino una quindicina (il caso della Francia).

Certo, un ennesimo ritocco della Bassanini non ci poterebbe fuori dall’Europa, i costi connessi forse si. Ma non è certo questo il problema del Caimano. Per lui ora è necessario battezzare i Responsabili “todos caballeros”, blindare nuovamente la maggioranza alla Camera e sperare, in questo modo, di portare a casa il prima possibile il propcesso breve, con annessa prescrizione breve inserita dentro come emendamento d’aula. Ecco perché il rimpasto ci sarà, anche se non subito. E pazienza se i numeri aumenteranno a dismisura portando (almeno queste le stime) a 70 il numero dei viceministri e sottosegretari. E oggi sono già 50.

Si ricorderà anche che Berlusconi, in tempi non sospetti, si è sempre fatto paladino dei “pochi ministri, ma buoni”, arrivando addirittura a preconizzare la riduzione del numero dei parlamentari, ma era davvero una stagione diversa. Oggi c’è da pagare dazio e dunque si sta studiando un disegno di legge (non un decreto, attenzione) per allargare nuovamente la compagine di governo soprattutto sul numero dei sottosegretari e dei viceministri; un modo, sostiene il Cavaliere, per raggiungere il risultato e non incorrere negli strali del Quirinale, ma è solo un suo pensiero come tanti.

Napolitano vigila, sa che Berlusconi gli chiederà di allargare il governo, ma per il momento lui potrà accettare – si è sempre fatto sapere dal Colle – solo la sostituzione di quei ministri e sottosegretari che hanno lasciato il posto. Come Andrea Ronchi, per esempio. Già, proprio lui, uno che un giorno dice che Fini è ancora la sua luce e che subito dopo ammicca a Verdini per fargli capire di voler tornare indietro. Per lui sarebbe già pronto il posto di ministro delle Politiche comunitarie. Sarebbe un ritorno clamoroso che porterebbe Giancarlo Galan alla Cultura e Saverio Romano all’Agricoltura. Il problema è che la Lega si oppone. E per cercar di convincere Umberto Bossi e Giulio Tremonti, Silvio sta giocando l’arma delle nomine pubbliche. Perché anche lì c’è da pagare qualche dazio di troppo, oltre a dover blindare interessi che non hanno nulla, ma davvero nulla a che vedere con il bene e lo sviluppo del Paese.
ilfattoquotidiano.it del 5/03/2011.

Ricca intervista Ricci: nemmeno a lui piace la modalità dei suoi "giornalisti"!